Vorrei aprire una riflessione sul cosiddetto grillismo. Ci tocca. Le ragioni sono evidenti. Alcuni di noi, tra i quali il sottoscritto, hanno organizzato il V-day e hanno attivato il meetup di Conversano. Non solo. La più che concreta possibilità di aderire alla Lista Civica Nazionale di Beha (il cui documento è stato firmato anche da Grillo salvo poi dissociarsene, senza per la verità addurre argomenti convincenti), impone un momento di riflessione e di dibattito. Questo anche per fare chiarezza sulla natura e sulla collocazione di Civica Città.
Intanto comincio io. Butto giù una mia riflessione.
Grillo ha occupato uno spazio lasciato sguarnito dalla politica. Quando una classe dirigente si raffigura ( con tutte le eccezioni del caso), nei suoi atti e nelle sue parole, come una elite di privilegiati, quasi intoccabili, che ha invaso attraverso i suoi uomini ogni settore della vita pubblica, non fa altro che creare un vuoto etico. Quel vuoto, creato prima dal berlusconismo e non colmato affatto da un centrosinistra imbarazzante, si è riempito della indignazione dei cittadini. Un processo che certamente è stato catalizzato anche dalle difficoltà materiali in cui versa il paese. Ora il punto è che prima o poi doveva accadere che una qualche reazione allo sfascio morale e materiale si sarebbe materializzata. Ed è accaduto che un giullare folle si è messo in testa alla inevitabile protesta, con l’obiettivo dichiarato di distruggere ciò che certamente non va salvato: un sistema onnipervadente, dall’elevato tasso di corruzione, distante dai bisogni reali, organizzato sulla difesa dei propri privilegi come un orologio svizzero. E cosa pretendeva il ceto poltico italiano: dalle leggi vergogna berlusconiane si è passati senza soluzione di continuità alle vergogne dell’indulto, del caso D’alema-Latorre-Fassino trasformato nel caso Forleo, del caso Mastella che diventa il caso De Magistris, e via discorrendo fino al caso Italia, un paese alla deriva morale, che muta, nel lessico del sistema corrotto italiano, nel caso Grillo raffigurato come fomentatore dell’antipolitica e del qualunquismo. Insomma una Italia raccontata al contrario e con una spiccata propensione a nascondere le malefatte di chi comanda. Eppure con un minimo di logica, se si desse un certo ordine al discorso, non sarebbe difficile capire che l’antipolitica sta nei comportamenti immorali di taluni politici e non in chi se ne lamenta a ragione. Non sarebbe difficile comprendere che il qualunquismo è il metter tutto questo marasma in definizioni semplicistiche (“la politica fa schifo” o il più gettonato “la politica è tutto un mangia mangia”) senza essere in grado di dare spiegazioni plausibili, mentre a ben vedere Grillo ha riempito di fatti e dettagli, tutti documentati, le sue denunce. Malgrado sia tutto chiaro come il bianco sul nero si è messa in moto una reazione di autoassolvimento che ha contagiato, con rare eccezioni, l’intera classe politica. Risultato: ampliare quel vuoto etico, farlo diventare quasi incolmabile da parte di una qualunque, pur virtuosa, nuova iniziativa politica. Detto ciò, cos’è che non va nel grillismo,? E’, a mio parere, la pretesa di dare una risposta politica facendo a meno di una idea politica. La narrazione della degenerazione di un paese, fatta con franchezza, senza infingimenti, senza partigianerie, il tentativo (riuscito) di scrivere una controletteratura rispetto all’informazione accomodante e cialtrona, non basta per uscire dal pantano. La denuncia, le iniziative (lodevoli) di contestazione affiancate alle proposte di legge su alcuni temi di natura etica sono utili e tengono in vita un paese che altrimenti sarebbe alla rassegnazione. Ma non può bastare: l’organizzazione di un progetto politico è altro. La prima (il controllo del potere) è una condizione necessaria, ma che resta insufficiente se non si è in grado di governare l’inquietudine e i bisogni che l’alimentano, di canalizzare questa energia in un schema politico che sia in grado di costruire un progetto complessivo per il paese. Come si fa ad affrontare la complessità della vita di una comunità, senza indicare adeguati strumenti di analisi, senza concepire le possibili soluzioni ai problemi censiti, senza principi e valori che ti consentono di adottare (o proporre) il rimedio più giusto, che è il più giusto anche in base alla tua cultura di riferimento. L’”armiamoci e partite” di Grillo rischia di fare più danni di quelli che vorrebbe sanare. Una politica che non si propone di disegnare un codice etico visibile e condiviso e un progetto amministrativo fatto con competenze, rischia davvero la deriva populista. Insomma Grillo pone problemi sacrosanti, che personalmente condivido, ma propone rimedi discutibili.
È una ricetta, quella delle liste fatte dai cittadini col bollino, che non contempla il sacrificio dello studio dei problemi e che annichilisce il senso critico dei partecipanti, tutti legati da un rapporto di dipendenza patologica dal loro guru. Non si cresce così. Sarebbe meglio che Grillo continuasse a fare quello che sa fare benissimo: il giullare impazzito che tiene sotto scacco il potere e tiene in vita l’uomo in rivolta. Oppure la finisse di cincischiare con proposte oblique e si proponesse in prima persona, con tutti gli oneri e gli eventuali onori del caso.
Il prossimo appuntamento è il V day sull’informazione. Io chiederei a Civica Città di esserci. A modo nostro magari.











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