Politiche culturali

Una possibile introduzione al tema delle politiche culturali a Conversano. Da completare con la definizione di alcune priorità concrete e magari anche con un programma di massima di azioni qualificanti.

Pino Creanza

Cultura e spettacolo
Sulle politiche culturali si consuma spesso, nelle amministrazioni di ogni tipo e colore, un notevole fraintendimento, a volte frutto di pura e semplice ignoranza, spesso di calcolata ipocrisia. Dite “cultura” e tutti si caveranno il cappello dalla testa, profondendosi in un ossequioso ed educato inchino. Nessun amministratore oserebbe disconoscere il primato morale, l’importanza civica, il valore educativo della “cultura”, soprattutto in pubblico. Di fatto, le politiche culturali si riducono invece spesso a uno specchietto per le allodole benpensanti, una mano di colore data alla bene e meglio su una catapecchia vuota, una rubiconda ciliegina messa bene in mostra su una torta alla panna inacidita. Prendete un po’ di cultura, un pizzico di trasparenza, una spruzzata di innovazione e di servizi sociali e sarete in grado di cucire un bel vestito elettorale, che fa fare una bella figura, progressista e politicamente corretta, a qualsiasi cosa si voglia chiamare un buon programma elettorale.

Se poi andassimo a indagare sulle convinzioni profonde di tanti alfieri politici della cultura scopriremmo con tutta probabilità che sono sinceramente convinti che spendere un po’ di soldi per questo nobile ambito della vita sociale sia una specie di obbligo, una cosa scontata, ma che sotto sotto non credono affatto alla “strategicità” di questi investimenti. Insomma, un po’ di cultura si deve, ma senza esagerare, perché si tratta comunque di un di più, di un lusso buono per i tempi grassi, di qualcosa che fa bene al consenso e alla visibilità ma certo non quanto un piano regolatore.

Che succede allora in pratica? Che i bilanci comunali dedicano a questo settore risorse risibili, spese con criteri spesso metereologici: che piova sui campi e sui giardini, sugli orti e i vasi di prezzemolo in ogni balcone del paese. Ma c’è anche una tendenza più moderna e manageriale che si è ampiamente affermata ormai da diverso tempo, soprattutto nelle grandi città e nelle amministrazioni in vario grado di sinistra: la cultura come business da gestire con criteri di impresa. I soldi sono pochi e allora bisogna moltiplicarli, mettendo in gioco il profitto e le sponsorizzazioni dei privati. Ecco allora che gli assessorati alla cultura si trasformano in assessorati allo spettacolo che redigono programmi di attività annuali secondo le logiche del business plan. Spesso finisce nel più ovvio dei modi: che la stragrande maggioranza delle risorse di bilancio allocate alle attività culturali vengano destinate all’organizzazione di festival ed eventi puntuali di natura spettacolare, la cui gestione è a volte completamente esternalizzata a società private, nella migliore logica della razionalizzazione dei costi e dell’efficienza produttiva.

Non stiamo con questo demonizzando l’attivismo di tanti amministratori della cultura né dicendo che i cartelloni degli spettacoli estivi e i festival, spesso di ottimo livello, che popolano la stagione calda di molte città anche pugliesi siano da esecrare, tutt’altro. Il punto è piuttosto quello che tutto questo dovrebbe costituire solo una parte delle politiche culturali di una amministrazione e non finire con coincidere, nel migliore dei casi, con esse. Il gran frastuono degli appuntamenti estivi o comunque spettacolari raramente lascia tracce durevoli dietro di sé, una volta acquietato: passato il santo passa anche la festa; finiti i soldi, andata a casa l’amministrazione, alla città non resta più nulla, come ben sappiamo a Conversano.

La battaglia non è per noi dunque semplicemente quella di avere più risorse da dedicare al capitolo cultura del bilancio comunale, ma far sì che le politiche culturali divengano una delle priorità reali dell’amministrazione della città.

Cultura e innovazione
Quando parliamo di stategicità e priorità delle politiche culturali vogliamo dire che un accorto investimento in questo settore può produrre effetti di largo spettro che finiscono per influenzare altre dimensioni fondamentali del vivere in comunità, soprattutto la dimensione sociale e quella economica.

Fuori da ogni retorica, siamo un po’ tutti consapevoli della particolarità del momento storico che le società del benessere si trovano ad attraversare: i vecchi privilegi guadagnati grazie all’industrializzazione e allo sfruttamento intensivo delle risorse proprie e di quelle altrui traballano sempre più, sotto la spinta di grandi mutamenti di ordine ecologico e geopolitico. I giornali e la tivù ci raccontano quotidianamente queste cose, chiamandole riscaldamento globale, aumento del prezzo del petrolio, inquinamento, emergenza rifiuti, disoccupazione, immigrazione clandestina, globalizzazione dell’economia, importazione di prodotti a basso costo dalla Cina o dall’India, crisi dei settori manifatturieri tradizionali e così via.

Le società (e le città) più dinamiche e aperte al cambiamento sono riuscite o almeno provano con convinzione ad elaborare risposte creative a queste nuove sfide e ad individuare percorsi di adattamento socioculturale e di sviluppo economico che permettono loro di superare le “crisi” e di consolidare posizioni di vantaggio competitivo, sia in termini di qualità della vita che di ricchezza economica.

Non c’è bisogno di andare in Finlandia o in qualche altro paese del nord Europa per trovare esempi positivi: chiunque in questi ultimi anni abbia avuto modo di fare un viaggio in Spagna avrà potuto notare come tante città di questa nazione – fino a qualche decennio fa oggettivamente arretrata rispetto alla più ricca Italia – abbiano letteralmente cambiato volto, anche grazie a ingenti investimenti destinati alle infrastrutture urbane, ai trasporti, alla cultura e all’innovazione tecnologica.

Innovazione, innovazione, innovazione, è davvero un mantra noioso che recitano a ogni piè sospinto gli opinionisti di tutte le razze, una preghierina che più viene ripetuta e più rischia di perdere di senso. È un po’ come con la parola “cultura”, tanto citata quanto nei fatti svalutata.

A destra come a sinistra, nelle aule universitarie come nei capannoni industriali, siamo infatti tutti convinti che per sopravvivere bisogna investire sempre più in innovazione, innovazione sociale, innovazione culturale, innovazione tecnologica ed economica; nei comportamenti concreti prevalgono invece altre logiche, essenzialmente conservative: il tornaconto a breve e brevissimo termine, il vantaggio speculativo, la rendita di posizione, l’egoismo di casta, di corporazione, di azienda, personale.

E non è certo una questione di risorse, avendo le regioni del Mezzogiorno avuto a disposizione negli ultimi decenni una mole impressionante di fondi europei e nazionali da destinare allo sviluppo. Prendiamo i fondi strutturali UE: in molte aree d’Europa questi soldi sono stati spesi bene, partendo da una visione strategica dello sviluppo locale o regionale, condivisa e sostenuta dai vari attori del “sistema” territoriale: imprese, cittadini, università e così via. Qui da noi le cose sono andate in maniera diversa; in assenza di una cultura particolarmente avvezza alla cooperazione e alla ricerca di sinergie e vantaggi condivisi a lungo termine, gran parte delle risorse disponibili sono state spesso spese, anche a fatica, per garantire la mera conservazione dello status quo e la persistenza di posizioni di rendita ai più svariati livelli, dai politici ai funzionari ai consulenti alle imprese e anche ai cittadini. Un mare di risorse che solo in poche occasioni è stato realmente investito pensando con lucidità al futuro.

Il mondo cambia sempre più velocemente e non è pensabile di poter affrontare le sfide del presente ricorrendo unicamente al consolidato bagaglio di atteggiamenti culturali e pratiche sociali che ci deriva da antichi retaggi e ben altri contesti storici ed economici. Quel misto di anarchismo antistatale, conservatorismo borbonico ed egoista anti-civismo che contraddistingue ancora la nostra italiana meridionalità rappresenta un pericoloso mix culturale che determina comportamenti assolutamente inidonei a concepire, progettare e praticare innovazione.

Se la cultura, intesa come insieme condiviso di valori e credenze, determina i comportamenti sociali (ed economici) e questi a loro volta informano e condizionano le pratiche culturali, capiamo bene come le politiche culturali rappresentino, o meglio dovrebbero rappresentare, una dimensione fondamentale di qualsiasi progetto di cambiamento sociale ed economico.

Cultura e risorse
Un progetto di rinnovamento culturale, sociale ed economico di una comunità non nasce sul nulla. Qualsiasi innovazione si fonda su un background, su un retroterra di saperi, esperienze e competenze che la rendono possibile. Non stiamo parlando della necessità o del desiderio di inventare il nuovo a tutti i costi ma piuttosto della consapevolezza che sia oggi più che mai necessario rileggere le proprie potenzialità, frutto di un lungo processo di accumulazione, elaborazione e sedimentazione, alla luce delle necessità del tempo presente e delle sfide del futuro.

Ogni albero che svetta superbamente la propria chioma affonda saldamente le sue radici nella terra; più queste vanno in fondo, meglio l’albero resiste alle intemperie. Noi cittadini di oggi comunque ereditiamo un patrimonio dalle generazioni passate, un’eredità che dobbiamo decidere come utilizzare. Anche su questo tema si consuma molta retorica e anche una sufficiente ipocrisia. Va bene conservare e tutelare, riscoprire radici e valorizzare eredità e patrimoni, basta che tutto ciò non leda la capacità e la possibilità di speculare, lucrare, trafficare, scambiare, espropriare e privatizzare. Per molti politici e amministratori, il patrimonio storico, artistico e architettonico, il paesaggio e la stessa cultura locale sono delle utili icone da esibire come vessilli della propria appartenenza civica, della propria legittimazione di primi o secondi cittadini. Luoghi comuni da cantilenare ad ogni buona occasione, argomenti utili per vestire di ovvio buonismo le prediche del caso.

Vogliamo qui parlare di altro, della mobilitazione delle risorse intellettuali e morali della città intorno a una idea di rinnovamento che sia in grado di flettere alle necessità di oggi, arricchendolo creativamente, il patrimonio ereditato. Non possiamo infatti limitarci ad assicurare le condizioni minime per la pura e semplice “fruizione” di questa eredità, ridotta a spezzoni di passato più o meno imbalsamati e museificati, cosa che sarebbe giustamente giudicata dai nostri figli e nipoti come un atto di profonda immoralità e irresponsabile inettitudine. In un mondo che cambia velocemente proponendo sfide sempre più impegnative occorre guardare al passato e alle identità come a preziose risorse da rimettere in circolo, fattori che possono aiutarci a creare nuovi valori e nuove opportunità.

Non è dunque sufficiente preservare e tutelare le nostre risorse identitarie: occorre rivitalizzare il loro potenziale generativo e trasformativo attraverso una pratica diffusa di creatività sociale e culturale, che muova dal desiderio di misurarsi con i problemi di oggi, utilizzando nuovi e vecchi ingredienti per costruire il futuro.

Vediamo dunque come le politiche culturali, lungi dal rappresentare un innocuo condimento buono a insaporire le spesso sgradevoli minestrine che gli amministratori propinano alla città, possano essere un importante fattore di trasformazione e creazione di ricchezza.

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One thought on “Politiche culturali

  1. Caro pino ho letto molto attentamente la tua introduzione ma devo però dire che purtroppo manca di una parte importante lo “sport”.
    Questa “dimenticanza” denota la scarsa considerazione che il nostro Paese ed il nostro modo di pensare ha di questo importante strumento di “cultura”.
    Personalmente ho praticato molto sport a livello agonistico ed oggi cerco di insegnare (non allenare), per diletto, ciò che lo sport ha saputo darmi. Sono anche un dirigente regionale FIDAL ed in questa veste trovo sempre mille difficoltà per lo scarso interesse che le istituzioni hanno verso questo settore, fermo restando il clamore che sanno creare quando accadono determinati episodi di violenza.
    Per rendere più completa la tua relazione e dare qualche spunto di riflessione aggiungo una breve relazione sulla situazione sportiva conversanese.

    A Conversano ci sono 4 società sportive agonistiche primarie, con un bilancio che supera i 100.000,00 €.
    A seguire troviamo oltre 10 società sportive agonistico-amatoriali (con bilanci inferiori ai 100.000,00 € ed in cui spesso gli atleti si autotassano per finanziare l’attività agonistica).
    Ma quel che è più importante sono quelli che in gergo vengono chiamati “settori giovanili” e le varie altre associazioni sportive ad esclusivo scopo amatoriale.
    Il breve specchio sopra riportato vede coinvolti più di un migliaio di under 14 ed altrettanti adulti coinvolti a vario titolo, dirigenti, allenatori o atleti, nell’attività sportiva.
    Nel complesso parliamo di un coinvolgimento diretto di circa 2500,00 unità (più di 1500 famiglie).
    La situazione delle strutture a Conversano, rispetto ai paesi limitrofi fino a 10 anni fa era idilliaca (l’unico comune con due palazzetti dello sport, degni di tale nome)…oggi è disastrosa a causa della cattiva gestione fatta in questi anni.
    Sono, anche, convinto che gestire “la cosa pubblica” è più oneroso della stessa costruzione…ma quello che è mancato in questi anni è il controllo istituzionale.

    Prima di esaminare le necessità della conversano sportiva voglio illustrare il mio punto di vista dello sport da umile conoscitore anche della attività di dirigente federale.

    All’interno di quello che ho definito lo sport agonistico “primario”, oggi, transitano tanti, troppi soldi “finti” al solo scopo di eludere il fisco. Troviamo, così, fatture per sponsorizzazioni di 100.000,00 euro + IVA (20000 €) a fronte di versamenti di 30000,00 (iva inclusa)…
    Questo discorso deve essere disincentivato anche attraverso una azione amministrativa solida.

    Lo sport amatoriale e giovanile è guello che io definirei “sociale” perchè oltre a coinvolgere, in maniera diretta (di quelle 2500 unità di cui parlavo prima, almeno 2000 appartengono a questa categoria), la maggior parte dei cittadini è anche fautore di benessere psicofisico.
    Questo tipo di sport oggi ha un alto impatto sociale ed un basso incentivo da parte delle amministrazioni.

    Cosa manca oggi a Conversano.

    -Il controlle delle strutture comunali nella loro gestione quando questa è affidata all’esterno;
    -l’utilizzo del palazzetto Castellaneta (detto Pineta) perchè ancora (dopo tre anni) inagibile;
    -un terzo palazzetto dove delocalizzare attività come la pallavolo o il basket che mal si conciliano con la pallamano ed il calcetto;
    -delle aree (parchi, piste, strade…) messe in sicurezza per le attività di corsa e/o ciclismo (intesi come attività amatoriali e per il benessere)

    Quali devono essere gli obiettivi?
    -Strutture comunali manutenute e controllate per evitare inconvenienti che possono ricadere sulle attività ginniche (vd il caso Palazzetto Castellaneta)
    -tre strutture indipendenti dedicate alle diverse attività sportive:
    a)Palazzetto S.Giacomo per la Pallamano
    b)Palazzetto Castellaneta per il calcio a 5
    c)Palazzetto ???????????per il basket e la Pallavolo

    Come raggiungere gli obiettivi?
    La gestione delle strutture esistenti e di quelle, speriamo, future può o deve essere affidata al privato con il controllo e la supervisione della “consulta dello sport” (bisogna dare dignità a questo strumento di collaborazione).
    Il terzo palazzetto può essere costruito a costo zero prevedendo l’alienazione dell’area dell’odierno campo sportivo P.Lorusso in cambio della costruzione su un’altra superfice di un campo sportivo nuovo con pallazzetto (o tensostruttura) e servizi annessi (il tutto fu proposto in occasione della passata ristrutturazione del già citato campo sportivo).
    Infine creare dei percorsi ecologici messi in sicurezza e ben illuminati per rivalutare il “parco dei laghi” e per facilitare l’attività fisica sia pedonale che ciclistica.
    Ciao a tutti…mimmo

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